Un leccese alla guida del Bari, Conte non ha mai avuto il dubbio che la città la vedesse con diffidenza?
«Onestamente, credo di no. Venivo da un campionato strepitoso ad Arezzo, con una retrocessione immeritata dopo un esonero, un reincarico e una penalizzazione che non ho mai compreso. Considero quella mia prima esperienza in panchina straordinaria. Ma poi ero rimasto senza squadra e quando, a dicembre, arrivò la telefonata del direttore sportivo Perinetti non ero nelle condizioni di poter scegliere, ho pensato solo a lavorare con tutto me stesso».
Diventare allenatore è sempre stato il suo obiettivo. Possiamo dire che la sua è una vocazione vera e propria?
«Certamente, ho sempre avvertito il fascino di questo ruolo. Ho addirittura anticipato l’uscita dal calcio giocato per andare in panchina. Poi la mia fortuna è stata anche quella di essere stato allenato da grandi tecnici, di avere avuto maestri assoluti».
Ci dica un segreto rubato a ognuno.
«Potrei dire che ho carpito tutto il possibile a tutti. A cominciare da Fascetti che mi ha insegnato a non guardare in faccia nessuno e a valorizzare il merito senza tener conto dell’anagrafe. Lui mi fece esordire a sedici anni! Da Mazzone ho appreso la tecnica motivazionale più antica e sempre efficace: bastone e carota. Trapattoni mi ha insegnato che un bravo allenatore deve essere anche un padre o almeno un fratello maggiore. Con Lippi ho diviso la maggior parte delle mie gioie di calciatore. Ma ci sono stati anche contrasti. Da lui ho compreso l’importanza di tenere tutti sulla corda, di non abbassare mai la guardia. In questo è davvero unico ».
Da Lippi ha mutuato anche la voglia di vincere?
«Lui è un vincente perché ha idee chiare che difende anche contro l’opinione generale. Il mestiere di allenatore è quello più difficile di tutti rispetto ad altre figure professionali del nostro calcio. Ma vedere un’intera squadra che va in campo e mette in pratica il tuo pensiero, ripaga del grande lavoro che occorre per ottenere dei risultati concreti».
Anche Sacchi ed Ancelotti le hanno insegnato tanto. E’ così?
« Certamente. Sono molto affezionato a Carlo, meraviglioso dal punto di vista umano e tecnico che cerca sempre la vittoria attraverso il gioco. Da Sacchi ho imparato che non bisogna mai smettere di studiare. Per questo, dopo l’esonero ad Arezzo, sono andato a spiare come lavorava Van Gaal ed ho scoperto, per caso in un ristorante parlando con il proprietario, che anche Sacchi andava a scrutare da vicino il calcio olandese. Ma c’è da imparare ovunque e sempre. Anche nelle serie minori italiane. Ricordo di aver osservato in un periodo il calcio di Glerean al Bassano e al Cittadella, mi incuriosiva molto il suo assetto con quegli esterni altissimi. Esempi ne ho trovati anche in Europa. Penso al Siviglia, al Barcellona, all’Atletico Madrid».
Ma nel calcio conta più vincere oppure il modo in cui si arriva alla vittoria?
«Ottenere dei risultati non è la sola prerogativa del mio modo di interpretare il mestiere di allenatore. Io sono convinto che sia necessario anche far divertire la gente attraverso il bel gioco. E per fare questo occorre un’etica del lavoro che sia totale».
Nasce da lì anche questo suo Bari vincente e in grado di inanellare record su record?
«Certamente. E’ indispensabile una solida cultura del lavoro e uno studio costante. Noi non tralasciamo nulla al caso. Grazie alla società ho potuto avere un mio staff, una struttura vera che lavora al mio fianco. Curiamo tutto, dall’alimentazione personalizzata ai carichi di lavoro, dagli aspetti motivazionali e psicologici al reintegro nutrizionale. Impossibile pensare che il lavoro che compie Gazzi, ad esempio, possa essere uguale a quello di Barreto. Anche il modo di nutrirsi deve essere congruo ai compiti che si svolgono, alle caratteristiche fisiche, agli allenamenti a cui ci si sottopone. Aspetti spesso trascurati ed invece fondamentali per ottenere sempre il massimo dagli atleti. Nemmeno alla Juve queste cose venivano curate come pretendo io. Tutto ciò è possibile grazie all’assistenza costante che ricevo dalla società e dal ds Giorgio Perinetti che mi assecondano in tutto. Altrimenti non staremmo a parlare di un Bari da A».
Dai 228 paganti della sua gara d’esordio al San Nicola con il Chievo agli oltre 15 mila spettatori più volte presenti quest’anno sugli spalti. Che effetto fa?
« Vi assicuro che giocare una partita in uno stadio vuoto è desolante. Vedere, invece, tanto affetto attorno a noi ci riempie tutti d’orgoglio. Ho un gruppo meraviglioso che mi segue in tutto. Questo ci ha consentito anche di riconquistare la fiducia della nostra gente, un obiettivo che io non reputo secondario. Vedere due o tremila tifosi in trasferta è commovente».
Esterni alti ed equilibrio, bel gioco e risultati: ma come si coniuga tutto ciò?
«La fase difensiva è la base di tutto. Non mi piace subire l’avversario. Tuttavia produrre un gioco offensivo è assai più difficile. L’equilibrio è sovrano e se non ci sono i giusti rapporti non vai lontano. I rinforzi di gennaio sono stati tutti effettuati con l’idea di accrescere l’esperienza. Guberti? Ci ha dato tanto e in prospettiva può ancora crescere moltissimo. Nell’uno contro uno è imprevedibile e formidabile».
Che effetto le ha fatto, anche da ex juventino, ascoltare Zeman che elogia il suo calcio come l’unica cosa nuova che c’è in circolazione?
«Indubbiamente ne sono stato ore e da campione. Contgratificato. Ma anche io ho carpito molto dal suo Lecce. Sono andato più volte a vedere da vicino come lavora Zdenek e lui lo sa».
Conte ha un passato da calciata ciò quando si ha la responsabiltà di una squadra?
«Non amo parlare del mio passato che custodisco dentro di me gelosamente. Rappresenta la storia che è indelebile e che nessuno potrà mai cancellare. Ma da quando alleno è come se fosse cominciata un’altra vita. Se serve ad essere educativo posso utilizzare qualche esempio personale, ma la cosa finisce lì. Non amo far pesare la mia esperienza, ma il fatto di aver smesso da poco di giocare mi aiuta a capire tante cose ».
Un suo giudizio su Mourinho?
«L’ho conosciuto quest’estate in occasione dell’amichevole che abbiamo fatto con l’Inter. Mi è sembrata una persona educata. La considerazione che posso fare è che siamo di fronte ad un allenatore vincente. Anche se a livello tattico non mi sembra abbia fatto vedere grandi cose. Sono convinto che con il tempo riuscirà ad incidere anche sotto questo aspetto. Le sue polemiche? Dice ciò che pensa. Le formazioni dettate non sono una falsità. E se uno ha da dire qualcosa è bene che la dica. Meglio persone così che falsi preti».
Domani c’è la Nazionale a Bari. Di fronte due suoi maestri, Lippi e Trapattoni. Come è messo Conte?
«Sarà una bellissima sfida. Trapattoni mi ha voluto alla Juve, con Lippi sono arrivati i grandi trionfi. Mi troverò nella parte del mister con la m minuscola in mezzo a due mister con la M maiuscola. Ovviamente spero vinca l’Italia».
Bari capirà la scelta di Lippi sulla mancata convocazione di Cassano?
«Bari sta vivendo un momento magico e sono convintissimo che non ci saranno contestazioni o fischi contro Lippi che ha tutto il diritto di fare le sue scelte. E pur sempre il campione del mondo in carica. Per quanto riguarda Antonio, deve solo pensare a fare bene con la Samp, è giovane e il suo tempo non è finito».
Il futuro di Conte sarà ancora alla guida del Bari?
«Per il momento conta solo conquistare la promozione. La posta in palio è molto alta e viene prima di tutto. Raggiunto l’obiettivo, sono convinto che ci metteremo a un tavolo e valuteremo tutto serenamente».
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